La nostra storia

Ero già madre di due splendidi ragazzi quando esplose in me una nuova voglia di maternità e così decidemmo io e mio marito di avere un altro figlio. Mattia, decise di venire al mondo in tempi diversi da quelli che noi prospettammo e come ogni magnifica sorpresa ci lasciò senza fiato. Nonostante la grande gioia, avevo però, delle perplessità legate ai miei 40 anni, mi dicevo di non avere più l’età per accogliere una nuova maternità. Forse perché………… Intimamente sentivo che quella sarebbe stata una gravidanza “speciale”. Amai da subito e infinitamente il pensiero di uno scricciolo fra le mie braccia a tal punto che rifiutai di fare l’amniocentesi: di fronte ad un’eventuale decisione, avrei sofferto moltissimo una probabile scelta. Al solo pensiero del giorno in cui nacque Mattia, mi sento ancora oggi scoppiare il cuore. Avevo accanto a me mio marito che assisteva per la prima volta ad un parto benchè fosse il terzo figlio. Per me, in quei momenti, è stato la forza motrice: il suo sguardo e la sua felicità nel vederlo nascere…..che meravigiosa esperienza stavamo facendo insieme! Mattia era bellissimo, perfetto in ogni particolare, ascoltare il suo primo vagito, sentire il suo piccolo corpo ancora umido sul mio petto fu un’overdose d’amore. Ne eravamo così inebriati che né io né mio marito demmo peso al fatto che lo ricoverarono in neonatologia. Ci fu un via vai di infermiere, alcune venivano a vederlo anche da altri reparti. 

Mi dicevo che non potevano essere così con tutti i bimbi che nascevano, non riuscivo a darmi una spiegazione e il loro sguardo nel vedere Mattia mi faceva avere la sensazione di aver partorito un “fenomeno da baraccone”. Ero sola quando con mezze frasi mi comunicarono che Mattia aveva la Sdd, anzi non me lo comunicarono affatto. Quelle mezze frasi ebbero riscontro poco dopo tra le diverse voci di corridoio. Mentre raccontavo a mio marito di quanto stava accadendo non riuscivamo più a guardarci, tante erano le lacrime nei miei e nei suoi occhi. Ci abbracciammo forte.  Mattia rimase ricoverato per undici giorni, non vedevamo l’ora di portarlo a casa; volevo prendermi cura di lui e non pensare a nient’altro. Quante notti insonni ci sono state. Erano notti in cui il mostro che dovevi combattere assumeva forme sempre più inquietanti, rimanevo lì a guardarlo con gli occhi sbarrati fino a quando lui decideva di afferrarmi per la gola e stringermi, stringermi fino a farmi ingoiare le lacrime.  Che angoscia aspettare l’esito del cariotipo! Lo è.. non lo è….vivevo un incubo e avevo solo voglia di svegliarmi. Spesso mi voltavo e sorprendevo mio marito a guardarmi, ad osservarmi. Io mi sentivo denudata da quegli occhi e con pudore abbassavo il capo. Lui invece con un sorriso mi abbracciava! Che tesoro di uomo avevo al mio fianco.  Un giorno ero seduta sul divano, avevo Mattia fra le braccia e lo guardavo piangendo. Lui aprì quegli occhietti e sembrava che il suo sguardo volesse dirmi:- Mamma ti prego, amami. Fu in quell’istante che realizzai che se lui era là, c’era per nostra scelta. Non aveva colpa delle sofferenze che stavo vivendo e al pensiero delle sue, giurai a me stessa che la mia stessa vita sarebbe stata il mio regalo per lui. 

 


Da quel giorno in poi vivemmo l’attesa dell’esame genetico come se stessimo aspettando un biglietto ferroviario, come se fossimo in attesa del treno giusto sul quale salire tutti. Tutti noi, insieme perché la famiglia unita è una famiglia vincente. Chi sceglie la via più facile da percorrere si risparmia  tante sofferenze ma si nega altrettante gioie!

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