Autonomia significa futuro

La settimana scorsa ho preso parte al convegno sull’autonomia “Autonomia significa futuro” organizzato dall’Aipd di Prato in cui la relatrice è stata la coordinatrice nazionale Aipd Anna Contardi. Ascoltare il suo intervento è stato una risorsa, una ricchezza per il nostro bagaglio genitoriale ancorchè se nel suo interno hai un’esperienza diretta con la disabilità. Durante il nostro essere genitori, spesso si danno per scontate cose,  pensieri e atteggiamenti ed è per questo che, a volte, è facile inciampare in certi errori seppure involontari. Il convegno trattava di  autonomia che la relatrice ha spiegato nel senso più ampio del contenuto. Ha poi spiegato cosa significhi essere autonomi nelle varie tappe dello sviluppo mettendo  in luce alcuni punti critici che potrebbero ostacolarla,  chi è un adulto  e cosa significhi essere una persona adulta con sdD che, nonostante la sindrome, sente gli stessi bisogni di un qualsiasi altro adulto. Vi riporto la parte che più mi ha vista coinvolta data l’età del mio bambino.

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Durante il processo di crescita un bambino con disabilità si ritrova ad affrontare due ostacoli: uno dato dal limite oggettivo che viene dal deficit e l’altro dai condizionamenti dell’ambiente. Difronte ad un bambino con disabilità, il più delle volte, scattano involontariamente e inconsapevolmente  due meccanismi che possono ostacolargli il raggiungimento dell’autonomia possibile. Da una parte scatta l’esplosione dell’incapacità: siccome tu non sei capace di fare questa cosa la faccio io per te e allora cosa può accadere? Accade che, convinti che nostro figlio non sia in grado di “fare” per quei limiti oggettivi derivanti dal deficit, inconsapevolmente ci sostituiamo a lui nel fare o addirittura anticipiamo le sue richieste, cose queste che lo limiteranno nello sperimentare, nel provare e nella crescita stessa. Dall’altra parte scatta la compensazione affettiva e cioè, siccome nostro  figlio ha una disabilità che vorremmo strappare via senza riuscirci, per compensare questo fatto e la nostra frustrazione per non riuscire a sconfiggerla, ci lanciamo  in una serie di coccole e protezioni che talvolta risultano anche smisurate. Per carità sarà anche un atteggiamento positivo di coinvolgimento affettivo ma di fatto  questi due meccanismi fanno si che un bambino con disabilità farà più fatica a raggiungere l’autonomia possibile. Per considerarci adulti è necessario che noi ci vediamo tali negli occhi degli altri perchè la nostra identità è il frutto del rispecchiamento del ruolo sociale che gli altri ci attribuiscono. Quindi, in virtù di questo, non bisogna trattare i propri figli come se fossero sempre piccoli  ma pian piano  aiutarli a raggiungere le autonomie possibili in relazione alla loro età. Quando una persona con sdD diventa adulta probabilmente sarà un adulto “semplice” ma comunque  sarà pur sempre un adulto e pertanto dovranno essere prese in considerazione quelli che sono i bisogni di un adulto come avere un lavoro, una casa e degli affetti. Per arrivare a tutto questo però, laddove il grado del deficit lo permetta, bisogna pian piano costruire queste autonomie gettando le basi già dalla piccola età.  Quando si è piccoli le prime autonomie da raggiungere saranno quelle personali come lavarsi, vestirsi, imparare a gestire i propri spazi. Certi genitori sembrano  facciano a gara per la  quantità di cose che i propri figli riescono a fare ma bisogna tener presente che autonomia significa anche raggiungere un solo piccolo obiettivo o un obiettivo parziale e che sarà autonomia anche se solo intenzionale.  Anna Contardi dice che il genitore di un bambino disabile è un genitore con lo sguardo strabico nel senso che continuamente ha un occhio al presente e uno al futuro. Quindi deve sempre muoversi con lo sguardo che guarda avanti ma allo stesso tempo deve imparare che anche un piccolo passo, un piccolo obiettivo raggiunto ha la sua dignità. Dobbiamo imparare che l’autonomia è legata al bisogno dell’autostima perchè il far da solo fa crescere bene. Sull’acquisizione delle competenze ci può aiutare l’imitazione, il gioco simbolico ma anche la gestione degli spazi, la scelta dei prodotti. Es.  se devo insegnare un bambino a lavarsi è chiaro che non prenderò una bottiglia di bagnoschiuma da due litri ma una più maneggevole per lui oppure,  se lui deve lavarsi dal solo quel bagnoschiuma non lo sistemerò su una mensola in alto ma lo terrò dove lui può tranquillamente arrivarci, o ancora userà scarpe con gli strappi al posto delle stringhe e così via. Le giuste scelte e i piccoli accorgimenti agevoleranno il distacco del genitore  e allo stesso tempo favoriranno lo sperimentare, il provare a fare con la giusta motivazione. Così facendo laddove è possibile e con i propri tempi si dovrà arrivare all’autonomia possibile.

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2 commenti su “Autonomia significa futuro

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